John Singleton Copley

1738-1815 American

John Singleton Copley

Pioniere della pittura storica moderna

John Singleton Copley fu un pittore anglo-americano, attivo sia nell’America coloniale che in Inghilterra. Probabilmente nacque a Boston, nel Massachusetts, da Richard e Mary Singleton Copley, entrambi di origine anglo-irlandese. Dopo essersi affermato come ritrattista dei benestanti nella Nuova Inghilterra coloniale, si trasferì a Londra nel 1774, senza fare mai ritorno in America. A Londra, ottenne un notevole successo come ritrattista nei due decenni successivi, e dipinse anche una serie di grandi quadri storici, innovativi per la loro disponibilità a raffigurare soggetti moderni e abiti moderni. I suoi ultimi anni furono meno fortunati, e morì pesantemente indebitato. La madre di Copley possedeva un negozio di tabacco su Long Wharf. I genitori, che, secondo la nipote dell’artista Martha Babcock Amory, erano arrivati a Boston nel 1736, erano «impegnati nel commercio, come quasi tutti gli abitanti delle colonie nordamericane in quel periodo». Suo padre proveniva da Limerick; sua madre era dei Singleton della contea di Clare, una famiglia di origine del Lancashire. Le lettere di John Singleton, il padre della signora Copley, si trovano nella collezione Copley-Pelham. Richard Copley, descritto come un tabaccaio, è detto da diversi biografi essere arrivato a Boston in cattiva salute e di essere partito per le Indie Occidentali intorno al periodo della nascita di John, dove morì. William H. Whitmore indica la sua morte nel 1748, l’anno del nuovo matrimonio della signora Copley. James Bernard Cullen afferma: «Richard Copley era in cattiva salute al suo arrivo in America e andò nelle Indie Occidentali per migliorare le sue forze declinanti. Morì lì nel 1737». Non sono state trovate prove contemporanee per nessuno dei due anni. Fatta eccezione per una tradizione familiare che parla della sua precocità nel disegno, nulla si sa della formazione scolastica di Copley o delle altre attività della sua infanzia. Le sue lettere, la più antica delle quali è datata 30 settembre 1762, rivelano un uomo piuttosto ben istruito. Si può ragionevolmente congetturare che gli siano state insegnate varie materie dal suo futuro patrigno, il quale, oltre a dipingere ritratti e incidere stampe, si guadagnava da vivere a Boston insegnando danza e, a partire dal 12 settembre 1743, dirigendo una «Evening Writing and Arithmetic School» (Scuola serale di scrittura e aritmetica), debitamente pubblicizzata. È certo che la vedova Copley sposò Peter Pelham il 22 maggio 1748 e che all’incirca in quel periodo trasferì la sua attività di tabacco nella casa di lui in Lindall Street (una parte più tranquilla e rispettabile della città), dove la scuola serale continuò anche le sue lezioni. In una tale famiglia, il giovane Copley potrebbe aver imparato a usare il pennello e gli strumenti dell’incisore. Whitmore afferma in modo plausibile: «Copley, all’età di quindici anni, era in grado di incidere in mezzotinto; il suo patrigno Pelham, con cui visse per tre anni, era un eccellente incisore e abile anche con il pennello». La famiglia viveva accanto alla casa occupata dal laccatore Thomas Johnston e dalla sua famiglia, e Copley divenne amico del figlio di Thomas, William, che in seguito divenne egli stesso pittore. Le opportunità artistiche della casa e della città in cui Copley raggiunse l’età adulta dovrebbero essere sottolineate, poiché egli stesso, nonché alcuni dei suoi biografi che lo presero troppo alla lettera, hanno dato grande risalto alla desolazione del suo ambiente iniziale. Suo figlio, Lord Lyndhurst, scrisse che «egli (Copley) era completamente autodidatta e non aveva mai visto un quadro decente, eccezion fatta per i propri, fino a quando non ebbe quasi trent’anni». Lo stesso Copley si lamentò, in una lettera a Benjamin West scritta il 12 novembre 1766: «In questo Paese, come giustamente osservate, non vi sono esempi d’arte, se non quelli che si possono incontrare in alcune stampe eseguite in modo mediocre, dalle quali non è possibile imparare molto». Varianti di questa tesi si trovano quasi ovunque nelle sue lettere precedenti. Esse suggeriscono che, sebbene Copley fosse operoso e un esecutore capace, fisicamente fosse poco avventuroso e per temperamento incline alla malinconia e all’autocommiserazione. Avrebbe potuto vedere almeno alcuni buoni dipinti e molte buone stampe nella Boston della sua giovinezza. L’eccellenza dei suoi ritratti non fu accidentale né miracolosa; aveva una base accademica. Un libro di studi sulla figura umana di Copley, ora conservato al British Museum, dimostra che prima dei vent’anni, con o senza l’aiuto di un insegnante, realizzava disegni anatomici con molta cura e precisione. È probabile che, grazie alle fortunate connessioni tra la casa e la bottega in una città ricca di artigiani, avesse già appreso il suo mestiere in un’età in cui lo studente d’arte medio di un’epoca successiva stava appena cominciando a disegnare. Copley was about fourteen and his stepfather had recently died, when he made the earliest of his portraits now preserved, a likeness of his half-brother Charles Pelham, good in color and characterization though it has in its background accessories which are somewhat out of drawing. It is a remarkable work to have come from so young a hand. The artist was only fifteen when (it is believed) he painted the portrait of the Rev. William Welsteed, minister of the Brick Church in Long Lane, a work which, following Peter Pelham’s practise, Copley personally engraved to get the benefit from the sale of prints. No other engraving has been attributed to Copley. A self-portrait, undated, depicting a boy of about seventeen in broken straw hat, and a painting of Mars, Venus and Vulcan, signed and dated 1754, disclose crudities of execution which do not obscure the decorative intent and documentary value of the works. Such painting would obviously advertise itself anywhere. Without going after business, for his letters do not indicate that he was ever aggressive or pushy, Copley was started as a professional portrait-painter long before he was of age. In October 1757, Capt. Thomas Ainslie, collector of the Port of Quebec, acknowledged from Halifax the receipt of his portrait, which "gives me great Satisfaction", and advised the artist to visit Nova Scotia "where there are several people who would be glad to employ You." This request to paint in Canada was later repeated from Quebec, Copley replying: "I should receive a singular pleasure in excepting, if my Business was anyways slack, but it is so far otherwise that I have a large Room full of Pictures unfinished, which would ingage me these twelve months if I did not begin any others." Oltre a dipingere ritratti a olio, indubbiamente secondo una formula appresa da Peter Pelham, Copley fu un pioniere americano del pastello. Il 30 settembre 1762, scrisse al pittore svizzero Jean-Étienne Liotard, chiedendogli «un set dei migliori pastelli svizzeri per disegnare ritratti». Il giovane americano anticipò la sorpresa di Liotard «che un angolo così remoto del globo come il New England avesse alcuna richiesta degli utensili necessari per praticare le belle arti», assicurandogli che «l’America, che è stata teatro di guerra e desolazione, spero vivamente diventerà un giorno la scuola delle belle arti». I pastelli richiesti furono regolarmente ricevuti e utilizzati da Copley per realizzare molti ritratti in un medium adatto al suo talento. A quel punto, aveva iniziato a dimostrare il suo genio nel rendere le texture superficiali e catturare l’immediatezza emotiva. Copley’s fame was established in England by the exhibition, in 1766, of A Boy with a Flying Squirrel, which depicted his half-brother, Henry Pelham, seated at a table and playing with a pet squirrel. This picture, which made the young Boston painter a Fellow of the Society of Artists of Great Britain, by vote of September 3, 1766, had been painted the preceding year. Copley’s letter of September 3, 1765, to Capt. R. G. Bruce, of the John and Sukey, reveals that it was taken to England as a personal favor in the luggage of Roger Hale, surveyor of the port of London. An anecdote relates that the painting, unaccompanied by name or letter of instructions, was delivered to Benjamin West (whom Mrs. Amory describes as then "a member of the Royal Academy," though the Academy was not yet in existence). West is said to have "exclaimed with a warmth and enthusiasm of which those who knew him best could scarcely believe him capable, ’What delicious coloring worthy of Titian himself!’" The American squirrel, it is said, disclosed the colonial origin of the picture to the Pennsylvania-born Quaker artist. A letter from Copley was subsequently delivered to him. West got the canvas into the Exhibition of the year and wrote, on August 4, 1766, a letter to Copley in which he referred to Sir Joshua Reynolds’s interest in the work and advised the artist to follow his example by making "a viset to Europe for this porpase (of self-improvement) for three or four years." Le lettere successive di West furono in larga misura responsabili del malcontento di Copley riguardo alla sua situazione e alle sue prospettive in una città coloniale. Nelle sue lettere a West del 13 ottobre e del 12 novembre 1766, Copley accettò con gioia l’invito a inviare altri dipinti alla Mostra e si riferì con rammarico a se stesso come «particolarmente sfortunato nel vivere in un luogo in cui, per quanto ricordo, non è stato portato alcun ritratto degno di essere chiamato quadro». In una lettera successiva a West, del 17 giugno 1768, egli espose le ragioni di una persona cauta nel non abbandonare avventatamente il buon tenore di vita che la sua arte gli garantiva. Scrisse: «Sarei lieto di andare in Europa, ma non posso prenderlo in considerazione senza avere la molto buona prospettiva di riuscire lì almeno quanto riesco qui. Voi sapete bene che 300 ghinee all’anno, che costituiscono il mio reddito attuale, rappresentano un discreto tenore di vita in America. ... E per quanto grande possa essere la mia ambizione di eccellere nella nostra nobile Arte, non posso pensare di farlo a spese non solo della mia felicità, ma anche di quella di una tenera madre e di un giovane fratello la cui dipendenza da me è totale». West rispose il 20 settembre 1768, dicendo di aver discusso le prospettive di Copley con altri artisti di Londra «e di riscontrare che, grazie alla loro schietta approvazione, non avete nulla da rischiare venendo in questo luogo». The income which Copley earned by painting in the 1760s was extraordinary for his town and time. It had promoted the son of a needy tobacconist into the local aristocracy. The foremost personages of New England came to his painting-room as sitters. He married, on November 16, 1769, Susanna Farnham Clarke, daughter of Richard and Elizabeth (Winslow) Clarke, the former being the very wealthy agent of the Honourable East India Company in Boston; the latter, a New England woman of Mayflower ancestry. The union was a happy one, and socially notable. Mrs. Copley was a beautiful woman of poise and serenity whose features are familiar through several of her husband’s paintings. Copley had already bought land on the west side of Beacon Hill extending down to the Charles River. The newly married Copleys, who would have six children, moved into "a solitary house in Boston, on Beacon Hill, chosen with his keen perception of picturesque beauty". It was approximately on the site of the present Boston Women’s City Club. Here were painted the portraits of dignitaries of state and church, graceful women and charming children, in the mode of faithful and painstaking verisimilitude which Copley had made his own. The family’s style of living at this period was that of people of wealth. John Trumbull told Dunlap that in 1771, being then a student at Harvard College, he called on Copley, who "was dressed on the occasion in a suit of crimson velvet with gold buttons, and the elegance displayed by Copley in his style of living, added to his high repute as an artist, made a permanent impression on Trumbull in favor of the life of a painter." Negli affari cittadini ed ecclesiastici, Copley non prese quasi parte. Si definiva «desideroso di evitare ogni imputazione di spirito di parte», ritenendo che «le contese politiche non siano né piacevoli per un artista né vantaggiose per l’Arte stessa». Il suo nome apparve il 29 gennaio 1771 su una petizione di liberi proprietari e abitanti per rimuovere dalla città la polveriera, la cui presenza la metteva in pericolo. I registri della Chiesa di Brattle Square rivelano che nel 1772 a Copley fu chiesto di presentare progetti per la ricostruzione della casa di riunione; egli propose una pianta e un alzato ambiziosi, «molto ammirati per la loro eleganza e grandiosità», ma che non furono accettati dalla congregazione a causa della probabile eccessiva spesa. La simpatia di Copley verso i politici che lavoravano per l’indipendenza americana sembra essere stata sincera, ma non così vigorosa da spingerlo a partecipare ai loro piani. It was known to earlier biographers that Copley at one time painted portraits in New York City. The circumstances of this visit, which was supplemented by a few days in Philadelphia, were first disclosed through Prof. Guernsey Jones’s discovery of many previously unpublished Copley and Pelham documents in the Public Record Office, London. From these letters and papers, published by the Massachusetts Historical Society in 1914, it appears that in 1768 Copley painted in Boston a portrait of Myles Cooper, president of King’s College, who then urged his visiting New York. Accepting the invitation later, Copley, between June 1771 and January 1772, painted thirty-seven portraits in New York, setting up his easel "in Broadway, on the west side, in a house which was burned in the great conflagration on the night the British army entered the city as enemies." Copley’s letters to Henry Pelham, whom he left in charge of his affairs in Boston, describe minutely the journey across New England, his first impressions of New York, which "has more Grand Buildings than Boston, the streets much cleaner and some much broader," and the successful search for suitable lodgings and a painting-room; thereafter they give detailed accounts of sitters and social happenings. The correspondence also contains Copley’s careful instructions to Pelham concerning the features of a new house then being built on his Beacon Hill "farm," giving elevations and specifications of the addition of "peazas" which the artist saw for the first time in New York. Copley at the time had a lawsuit respecting title to some of his lands. His letters reveal a man who allowed such disputes to worry him considerably. Nel settembre 1771, il signore e la signora Copley visitarono Filadelfia, dove, nella casa del Chief Justice William Allen, «videro una bella copia della Venere e della Sacra Famiglia di Tiziano, a figura intera e a grandezza naturale, da Correggio». Durante il viaggio di ritorno, osservarono a New Brunswick, nel New Jersey, diversi quadri attribuiti a van Dyck. «La data è 1628 su uno di essi», scrisse Copley; «senza dubbio, penso che Van Dyck li abbia realizzati prima di venire in Inghilterra». Tornato a New York, Copley scrisse il 17 ottobre chiedendo che un certo abito nero della signora Copley fosse inviato immediatamente. «Poiché siamo molto in compagnia», disse, «riteniamo necessario che Sukey [sua moglie] lo abbia, poiché i suoi altri abiti sono per lo più inadatti da indossare». Il 15 dicembre, Copley informò Pelham che «questa settimana conclude tutti i miei impegni, non meno di 37 busti; quindi, se il tempo lo permette, speriamo di essere in viaggio per Natale». Così si concluse l’unico tour americano di Copley lontano da Boston. I resoconti secondo cui avrebbe dipinto nel Sud sono privi di fondamento. La maggior parte dei ritratti meridionali che gli sono stati popolarmente attribuiti furono realizzati da Henry Benbridge. I suoi corrispondenti in Inghilterra continuavano a esortare Copley a intraprendere studi europei. Conservò una lettera non datata e non firmata di qualcuno che scriveva: «La gente qui è entusiasta di lui; viene paragonato a Van Dyck, Rubens e a tutti i grandi pittori del passato». Suo cognato Jonathan Clarke, già a Londra, gli consigliava di «venire da queste parti». West scrisse, il 6 gennaio 1773: «Il mio consiglio è che la signora Copley rimanga a Boston finché non avrete compiuto questo viaggio [in Italia]; dopo di che, se stabilirete la vostra residenza a Londra, la signora Copley potrà raggiungervi». Le condizioni politiche ed economiche a Boston diventavano sempre più turbolente. Il suocero di Copley, il signor Clarke, era il mercante al quale era stato affidato il tè che provocò il Boston Tea Party. I legami familiari di Copley erano tutti lealisti. Difese i parenti di sua moglie durante un incontro descritto nella sua lettera del 1º dicembre 1773. Il 26 aprile 1774, scrisse di un’esperienza spiacevole quando una folla visitò la sua casa chiedendo la consegna del colonnello George Watson, un consigliere lealista nominato per mandato reale che si era recato altrove. I patrioti avevano minacciato di spargere il suo sangue se avesse «ospitato in futuro un tale malfattore», e Copley esclamò: «Che spirito! Cosa sarebbe successo se il signor Watson fosse rimasto (come lo avevo fortemente sollecitato a fare) per passare la notte? Avrei dovuto consegnare un amico all’insulto di una folla oppure vedere la mia casa distrutta e forse la mia famiglia assassinata.» Munito di numerose lettere di presentazione, tutte pubblicate nella corrispondenza Copley-Pelham, Copley salpò da Boston nel giugno 1774, lasciando sua madre, sua moglie e i suoi figli alle cure di Henry Pelham. Scrisse l’11 luglio da Londra, dopo «una traversata quanto mai agevole e sicura». Una delle prime visite fu fatta a West, per «trovare in lui quelle qualità amabili che rendono la sua amicizia desiderabile sia come artista sia come gentiluomo». «In Inghilterra, ciò che [Benjamin] West e Copley fecero insieme fu creare un nuovo tipo di pittura storica, con soggetti moderni e di attualità, principalmente scene di morte di eroi, trattate in maniera storica, ma con scrupolosa attenzione ai dettagli contemporanei» (Johnson 441). L’americano fu debitamente presentato a Sir Joshua Reynolds e condotto alla «Royal Academy, dove gli studenti disegnavano da un modello nudo». A Londra, Copley non accettò commesse di ritratti in quel periodo, sebbene fosse stato sollecitato a farlo. Poco prima di partire per l’Italia, «cenò con il governatore Hutchinson, e credo che fossimo in dodici in totale, tutti bostoniani, e avemmo del pesce salato di scelta per cena». On September 2, 1774, Copley chronicled his arrival at Paris (the beginning of a nine-month European tour), where he saw and painstakingly described many paintings and sculptures. His journey toward Rome was made in company of an artist named Carter, described as "a captious, cross-grained and self conceited person who kept a regular journal of his tour in which he set down the smallest trifle that could bear a construction unfavorable to the American’s character." Carter was undoubtedly an uncongenial companion. Copley, however, may at times have been both depressing and bumptious. He found fault, according to Carter, with the French firewood because it gave out less heat than American wood, and he bragged of the art which America would produce when "they shall have an independent government." Copley’s personal appearance was thus described by his uncharitable comrade: "Very thin, a little pock-marked [presumably a souvenir of the Boston smallpox epidemic described by Copley in a letter of January 24, 1764], prominent eyebrows, small eyes, which after fatigue seemed a day’s march in his head." Copley afterward wrote of Carter: "He was a sort of snail which crawled over a man in his sleep and left its slime, and no more." Mrs. Amory relates that "both parties were undoubtedly glad to separate on their arrival at their destination." October 8, 1774, found Copley at Genoa, where he wrote to his wife describing, among other things, the inexpensiveness of the silks: "The velvet and satin for which I gave seven guineas would have cost fourteen in London." He reached Rome on October 26. "I am very fortunate," he wrote, "in my time of being here, as I shall see the magnificance of the rejoicing on the election of the Pope; it is also the year of jubilee, or Holy Year." Copley’s plan of study and mode of living at Rome are described in several letters. He found time for excursions. He visited Naples in January 1775, writing to his wife: "The city is very large and delightfully situated but you have no idea of the dirt … and the people are as dirty as the streets—indeed, they are offensive to such a degree as to make me ill". The excavations at Pompeii greatly interested him and in company with Ralph Izard of South Carolina (whose family portrait he later painted) he extended his journey to Paestum. At Rome early in 1775 he copied Correggio’s St. Jerome on commission from Lord Grosvenor, and other works for Mr. and Mrs. Izard. About May 20 he started on a tour northward through Florence, Parma, Mantua, Venice, Trieste, Stuttgart, Mainz, Cologne, and the Low Countries. From Parma he wrote to Henry Pelham urging that the whole family leave America at once since, "if the Frost should be severe and the Harbour frozen, the Town of Boston will be exposed to an attack; and if it should be taken all that have remained in the town will be considered as enimys to the Country and ill treated or exposed to great distress." This anxiety was groundless, for Mrs. Copley and the children had already sailed on May 27, 1775, from Marblehead in a ship crowded with refugees. She arrived in London some weeks before Copley returned from the Continent, making her home with her brother-in-law, Henry Bromfield. Her father, Richard Clarke, and her brothers came soon after. Copley happily rejoined his family and set up his easel, at first in Leicester Fields and later at 25 George St., Hanover Square, in a house built by a wealthy Italian and admirably adapted to an artist’s requirements. Here Mr. and Mrs. Copley and their son Lord Lyndhurst lived and died. Come pittore inglese, Copley iniziò nel 1775 una carriera promettente agli esordi, ma destinata, per cause personali e politiche, a concludersi nell’oscurità e nell’avversità. La sua tecnica era così ben consolidata, le sue abitudini di lavoro così radicate e la reputazione che lo aveva preceduto dall’America così straordinaria, che difficilmente avrebbe potuto non ritagliarsi un posto tra gli artisti britannici. Tuttavia, egli stesso «spesso diceva, dopo il suo arrivo in Inghilterra, di non poter superare alcune delle sue opere giovanili». Il declino del suo talento fu comunque graduale, pertanto alcuni dei «Copley inglesi» sono dipinti superbi. Seguendo la moda stabilita da West e altri, Copley iniziò a dipingere opere storiche oltre ai ritratti. Il suo primo approccio a questo genere fu Watson e lo squalo, il cui soggetto si basava su un incidente raccontato all’artista da Brook Watson, che era stato attaccato da uno squalo mentre nuotava nel porto dell’Avana all’età di 14 anni. È probabile che Watson, che in seguito ebbe una carriera di successo nonostante l’attacco e la perdita della gamba sotto il ginocchio, abbia commissionato il dipinto come lezione per altri sfortunati, inclusi gli orfani come lui, dimostrando che anche le avversità più gravi possono essere superate. Le incisioni tratte da quest’opera ottennero una popolarità duratura. Sopra il camino della sala da pranzo di George Street era dipinto il grande ritratto di famiglia ora a Boston, che, quando fu mostrato pubblicamente per la prima volta da Lord Lyndhurst all’esposizione di Manchester del 1862, fu «giudicato da critici competenti pari a qualsiasi opera, nello stesso stile, di Van Dyck». Ma la fama dell’artista come pittore storico fu consolidata da La morte del conte di Chatham, che mostra il crollo dell’ex primo ministro William Pitt, I conte di Chatham, nella Camera dei Lord. Il dipinto, tuttavia, gli attirò le critiche di Sir William Chambers, presidente della Royal Academy, che si oppose alla sua esposizione privata prima della mostra dell’Accademia. In una lettera aperta, Chambers accusò Copley di vendere il suo quadro come uno «spettacolo di curiosità» e di mirare «alla vendita di stampe o alla lotteria del quadro». A questa censura, ovviamente ingiusta nei confronti di qualcuno appena arrivato a Londra e ignaro delle norme deontologiche delle esposizioni, Copley rispose una mattina con una lettera pungente, che la sera gettò saggiamente nel fuoco. Le incisioni tratte dal quadro di Chatham furono poi vendute bene in Inghilterra e in America. Le avventure di Copley nella pittura storica ebbero maggior successo grazie ai suoi scrupolosi sforzi per ottenere somiglianze accurate dei personaggi e accessori corretti delle loro epoche. Viaggiò molto in Inghilterra per studiare antichi ritratti e luoghi reali. Dal suo studio uscirono a intervalli opere come Il Cavaliere della Croce Rossa, Abramo che offre Isacco, Agar e Ismaele nel deserto, La morte del maggiore Peirson, L’arresto di cinque membri della Camera dei Comuni da parte di Carlo I, L’assedio di Gibilterra, La resa dell’ammiraglio DeWindt a Lord Camperdown, L’offerta della corona a Lady Jane Grey da parte dei duchi di Northumberland e Suffolk, La Resurrezione e altre. Continuò a dipingere ritratti, tra cui quelli di diversi membri della famiglia reale e numerose celebrità britanniche e americane. Tra il 1776 e il 1815 inviò quarantatré dipinti alle mostre della Royal Academy, della quale fu eletto membro associato nel primo anno. La sua elezione a membro effettivo avvenne nel 1783. L’impegno con cui Copley lavorava alle sue composizioni era esemplare, ma a volte potrebbe aver danneggiato la sua salute e il suo carattere. «Alcuni me lo hanno descritto come un uomo irritabile e perentorio, mentre altri lo descrivono come mite e modesto», scrisse Cunningham. Entrambe le descrizioni probabilmente si adattavano a Copley a seconda del suo umore: poteva essere nervoso a causa del superlavoro e delle preoccupazioni, oppure trovarsi in uno stato normale. Sua nipote, la signora Amory, ricorda che di solito dipingeva continuamente dalla prima mattina fino al crepuscolo. La sera, sua moglie o una figlia gli leggevano letteratura inglese. Faceva poco esercizio fisico, probabilmente non abbastanza per la sua salute. Avrebbe voluto tornare in America, ma i suoi impegni professionali glielo impedirono. Era politicamente più liberale dei suoi parenti. Il 5 dicembre 1782, dopo aver ascoltato il discorso di Giorgio III che riconosceva formalmente l’indipendenza americana, dipinse le Stelle e Strisce su una nave sullo sfondo del ritratto di Elkanah Watson. «Mi invitò nel suo studio», scrisse Watson nel suo diario, «e lì, con mano audace, il tocco di un maestro e, credo, un cuore americano, applicò le Stelle e Strisce alla nave; questa fu, immagino, la prima bandiera americana issata nella Vecchia Inghilterra». I contatti di Copley con le persone del New England continuarono a essere numerosi. Dipinse ritratti di John Adams, John Quincy Adams e altri bostoniani che visitarono l’Inghilterra. Nel 1791 fu eletto membro onorario straniero dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze. Sua figlia Elizabeth sposò nell’agosto 1800 Gardiner Greene di Boston, un gentiluomo facoltoso i cui discendenti conservarono gran parte della corrispondenza della famiglia Copley. Prima del matrimonio di sua figlia, Copley aveva venduto la sua tenuta di Beacon Hill a un sindacato di speculatori guidato dal Dr. Benjamin Joy. Si sentì vittima quando seppe che gli acquirenti erano a conoscenza di un progetto per costruire il Campidoglio dello Stato del Massachusetts sulla cima della collina, e inviò suo figlio John Singleton Copley, Jr., allora all’inizio della sua brillante carriera legale, a Boston nel 1796 per cercare di annullare l’accordo. Le lettere che il futuro Lord Cancelliere scrisse durante la sua visita negli Stati Uniti sono una lettura interessante, ma la sua impresa non ebbe successo. «Non credo», scrisse a suo padre, «che chiunque avrebbe potuto ottenere da loro uno scellino in più». Nonostante questa relazione, l’artista fece ulteriori sforzi per recuperare la sua «fattoria». L’argomento del suo reclamo ricorre frequentemente nella corrispondenza familiare, ma non è certo che Copley avesse motivo di sentirsi truffato. Un memorandum preparato per lui da Gardiner Greene affermava che molto tempo dopo che il terreno «era uscito dal possesso di Copley, esso, o una parte di esso, fu offerto a un prezzo non superiore a quello pagato a suo figlio». Allen Chamberlain, il cui libro Beacon Hill fornisce un riassunto dettagliato delle complesse negoziazioni riguardanti questo acquisto, sostiene che Copley fu equamente compensato a un prezzo tre volte superiore a quanto aveva pagato per una proprietà dalla quale aveva ricavato affitti di notevole entità. Negli ultimi quindici anni della sua vita, sebbene dipingesse con perseveranza, Copley sperimentò molta depressione e delusione. Le Guerre Napoleoniche portarono tempi difficili. La casa al 25 di George St. era costosa da mantenere. L’istruzione di un figlio talentuoso era dispendiosa. Rattristava il padre che, dopo che il giovane avvocato aveva iniziato a guadagnarsi da vivere, fosse necessario accettare il suo aiuto per sostenere la famiglia. Lord Campbell cita il giurista dicendo che "suo padre, avendo vissuto piuttosto sontuosamente, aveva accumulato poco per lui". La signora Amory sostiene l’ammirevole gestione della signora Copley, ma sembra che un tenore di vita difficile da mantenere nelle circostanze mutate abbia reso inevitabili molti prestiti. Copley fu amareggiato dal fallimento del suo Ritratto equestre del Principe Reggente nel "portare un ritorno finanziario". Cunningham dice: "Nessun cliente si fece avanti per Carlo e i membri sotto accusa". Altre tele che richiesero anni di lavoro rimasero invendute. I problemi con gli incisori furono molti, fosse colpa loro o del pittore. Le lettere di Copley al suo genero a Boston riguardavano solitamente i prestiti a lui concessi e spesso prorogati. La salute fisica e mentale dell’artista anziano provocava ansia. Nel 1810 subì una brutta caduta che gli impedì di dipingere per un mese. Si lamentava incessantemente della perdita delle sue proprietà a Boston. La signora Copley scrisse l’11 dicembre 1810: «Vostro padre è stato portato a sentire questa questione [la sua causa intentata senza successo per recuperare la ‘fattoria’] più intensamente a causa dell’attuale situazione in questo paese, dove ogni difficoltà della vita aumenta e i vantaggi derivanti dalla sua professione diminuiscono». Nell’ottobre 1811, Copley scrisse a Greene, angosciato, supplicando un prestito aggiuntivo di 600 sterline. E il 4 marzo 1812, scrisse: «Continuo a esercitare la mia professione nella speranza che, in futuro, si realizzi un importo adeguato dalle mie opere, sia per me stesso che per la mia famiglia, ma al momento tutte le attività che non sono essenziali alla vita sono ferme». Nell’agosto 1813, la signora Copley scrisse che, sebbene suo marito continuasse a dipingere, «non può applicarsi con la stessa costanza di prima». Riportò nell’aprile 1814: «Vostro padre gode di buona salute, ma diventa piuttosto debole, gli dispiace sempre di più camminare; ma è ancora piacevole per lui continuare a dipingere». Nel giugno 1815, i Copley ospitarono come visitatore John Quincy Adams, con il quale discussero gioiosamente dei nuovi termini di pace tra gli Stati Uniti e il Regno Unito. Nella lettera che descriveva questa visita, si dice che le infermità del pittore fossero state aggravate dalle «sue preoccupazioni e delusioni». Una nota del 18 agosto 1815 informò i Greene che Copley aveva subito un attacco paralitico durante la cena. Inizialmente sembrò riprendersi. Alla fine di agosto, la sua prognosi era favorevole per riprendere a dipingere. Tuttavia, si verificò un secondo attacco, ed egli morì il 9 settembre 1815. «Era perfettamente rassegnato», scrisse sua figlia Mary, «e disposto a morire, ed espresse la sua ferma fiducia in Dio, attraverso i meriti del nostro Redentore». Fu sepolto nella cattedrale di Croydon a Croydon, nel Surrey. La profondità dell’indebitamento in cui Copley era precipitato negli ultimi anni della sua vita fu lasciata intendere nella lettera che la signora Copley inviò a Gardiner Greene il 1º febbraio 1816, nella quale forniva dettagli sulle sue attività e sui suoi prestiti e prevedeva: «Quando l’intero patrimonio sarà liquidato e impiegato per l’estinzione dei debiti, si teme che rimarrà un ampio disavanzo.» L’eredità fu gestita dal figlio di Copley, in seguito Lord Lyndhurst, che mantenne l’istituzione in George St., sostenne sua madre fino alla sua morte nel 1836 e conservò la proprietà di molti dei dipinti invenduti dell’artista fino al 5 marzo 1864, quando furono venduti all’asta a Londra. Diverse delle opere allora disperse si trovano ora in collezioni americane.

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